Pubblicato da: cescocesto | 12 marzo 2009

101

Venti giorni di astinenza da blog, che brutto periodo!
Che poi avevo fatto il conto degli interventi per poter celebrare a dovere il centesimo intervento, e mi ritrovo ad accorgermi (ammesso che abbia fatto bene i conti, il ché è tutto da dimostrare) che il 100esimo intervento è già passato. Per la precisione, questo è il centounesimo. Piccoli attimi di rammarico per questa ricorrenza perduta, ma li ho brillantemente superati ricordando che nel Capodanno 2000 gli espertoni ci dissero: "Ma caa festeggiate? Non è mica ancora il nuovo millennio, quello viene l’anno prossimo!". E allora festeggiamo questo primo intervento del nuovo centinaio, con una poesia di Wislawa Szymborska, che ho scoperto per caso sulla scrivania della madre.

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita drizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola "bosco".

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se io non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
nè si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorte indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

Ai miei sette virgola cinque lettori, ci vediamo al duecentesimo intervento. Pardon, al duecentounesimo.

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