Pubblicato da: cescocesto | 18 agosto 2009

Like a traveling pidgeon

Iniziò tutto con un "Mi porti all’aeroporto?".
Rispondo subito di sì alla richiesta di Stefano. Con tutte le volte che mi ci ha accompagnato lui, non vedo perché dovrei dire di no.
"Ok, a che ore dobbiamo partire?" chiedo.
"Mmm… verso le quattro e un quarto" risponde.
"Bene, abbiamo tempo per mangiare con calma" dico, pregustando il pranzo prepartenza.
"Sì… per prendere un caffè forte" dice lui d’un fiato.
"Scusa?".
Attimo di silenzio pre-confessione.
"Beh, partiamo alle quattro e un quarto… DI MATTINA" rivela alla fine, d’un fiato. Si sposta per schivare la potenziale ciabatta.
Attimo di silenzio post-shock.
"Ma sì dai, ce la possiamo fare!" esclamo, ottimisticamente.
Questo una settimana fa.

La settimana scorre veloce, e siamo subito alla sera della vigilia.
La mattina mi sono alzato abbastanza presto, e verso le undici e mezzo comincio ad accusare il sonno. Vado a letto, bofonchiando contro me stesso per la decisione della settimana precedente. Stefano ha colto i segnali di fumo provenienti dalle mie orecchie, e mentre mi infilo a letto lo sento che lava i piatti come implicito ringraziamento.
Il tempo di chiudere gli occhi e riaprirli: è ancora notte.
"Hai ancora quaranta minuti di sonno!" dice la voce di Stefano.
"Grrmf?" farfuglio.
Poi una sveglia, due, tre. "Cesco alzati!".
Il letto è caldo ma non troppo, il cuscino morbido, la notte scurissima. Momenti perfetti per dormire.
Non per noi.
Mi alzo imprecando, ma non riesco ad articolare le parole, le palpebre incollate. Scendo per colazione, Stefano ha già messo il caffè nelle tazze. Apro il frigo, la luce mi abbaglia e gli occhi per difesa si serrano del tutto. Tanto non ho le lenti, c’è poca differenza. Bevo il caffè col latte. Freddo. Pessimo per il risveglio, pessimo per l’umore. Mi alzo dal tavolo, guardo l’orologio: le quattro esistono anche la mattina. Torno in camera a vestirmi, ma cedo alle lusinghe dei miei due cuscini e degli orsi polari che dalla fodera mi chiamano, come le sirene. Un istante e dormo di nuovo.
"Cesco le quattro e un quarto… dobbiamo andare".
"Mapporc…" mi alzo, con fatica. Mi sento come quei cioccolatini mezzi squagliati che quando li togli dall’involucro metà rimane appiccicata alla carta.
Mi lavo il viso, nessun effetto benefico dall’acqua fredda.
"I vestiti?" chiede Stefano, con la valigia rossa accanto. Uno stupido rosso acceso che grida: "Si parte, si parteeee!". Realizzo di essere ancora in mutande.
Via, alla ricerca dei vestiti. Maglietta pescata a caso dall’armadio, un maglioncino (fuori è notte, e fa freddo) recuperato da una sedia, i pantaloncini sono in cantina. Scendo le scale riuscendo a non inciampare e li recupero.
"Andiamo" chiede Stefano, osando un tono di impazienza.
"Sono pronto". Non lo sono, sono in ciabatte. Ho bisogno di calzini. Vado in camera, ricordo distintamente di averne un paio sul letto, uno per terra e uno su una sedia. Entro nella stanza. Nessuna traccia dei calzini. Eppure sono neri, sul pavimento bianco dovrebbero spiccare…
"Li ho messi tutti a lavare".
"Riporc…". Torno in cantina, ne infilo un paio preso dallo stendino. Scarpe, cellulare, portafogli (si sa mai…), e piglio al volo il navigatore.
Parentesi per chi non lo sapesse: il sottoscritto ha ereditato da sua madre, oltre al talento per le spese folli, il non-senso dell’orientamento.
Sono un piccione viaggiatore quanto Berlusconi è un uomo onesto.
Saliamo in macchina, guida Stefano perché la mia fase REM non è ancora totalmente conclusa. Fuori ci sono tipo quindici gradi.
Recuperiamo Checco e il Pollo, tutti con le smanie prepartenza. A quanto pare nessuno di loro ha dormito. Pazzi. Già, ma dormiranno in aereo. Maledetti.
A questo punto le cose si annebbiano. Ho dei ricordi quasi nitidi di discorsi su una sagra, su del vino e su delle pentole. E forse anche di Stefano che mi spiega come tornare. Con una punta di orgoglio penso che già l’anno scorso li ho accompagnati e sono tornato illeso, quindi posso farcela.
Interludio o Del perché non avrei dovuto accettare.
1) non memorizzo una strada finché non la faccio da solo almeno tre volte nell’arco di un mese.
2) già son cecato, la notte poi non vedo un’emerita mazza (si perdoni la volgarità).
3) sono negato nel vedere i cartelli. Cioè li vedo quando ormai è troppo tardi per leggerli.
4) per me le strade di notte sono tutte uguali. Mi perderei intorno a casa mia se girassi lì intorno in macchina alle 4.
E infatti:
– ho fatto la strada di ritorno dall’aeroporto una volta, l’anno scorso.
– è notte, e quindi non vedrò una mazza tornando.
– i cartelli in questa zona sono falsati perché hanno fatto i lavori ma non hanno cambiato i cartelli.
– è notte, le strade mi sembreranno tutte uguali.
Cerco di non dare peso all’interludio che mi scorre davanti agli occhi, cercando contemporaneamente di non addormentarmi perché se mi sveglio rincoglionito ho ancora meno possibilità di tornare a casa a orari umani.
Fuori dai finestrini la città dorme ancora, tranne una signora in bicicletta che si stringe nel coprispalle nel tentativo di combattere i principi di assideramento che la attanagliano. La luna è una sottilissima falce, e una piccola stella mi saluta nel cielo, suggerendomi che i marinai si orientavano guardando il cielo. Ma io non ho parenti marinai, mio padre è nato in collina e la mamma di mia madre vive a Livorno da cinquanta e rotti anni senza sapere come si arriva in Venezia.
"Allora parcheggio qui e scarichiamo". La voce di Stefano mi riporta alla realtà. Siamo "all’aeroporto col Piccione", come lo chiama il Pollo. Che sia un segno? Certo che lo è. Se sia buono o nefasto, sta a me scoprirlo.
Li saluto e monto in macchina. Stefano malcela il pessimismo biascicando "quando arrivi fammi uno squillo". Ma non dovrei dirlo io?
Parto.
Faccio il giro del parcheggio, a ogni svolta cartelli per "tutte le direzioni": troppo facile così! Bivio, seguo per Aurelia, come suggerito da Stefano. La strada è dritta e deserta. Faccio meno di un chilometro, c’è un’uscita. Sovrappensiero vado a sinistra. Il tempo di superare il cartello e le parole di Stefano si accendono nella mia mentre con luce verde al neon: al secondo bivio a destra. Ecco qual’era il secondo bivio.
Pazienza, uscirò alla prossima.
Cartello verde: Benvenuti sulla E80. Merda.
Cerco disperatamente di attivare il navigatore prima di arrivare al casello, che vedo in lontananza. Spippolo tentando allo stesso tempo di non piantarmi sul guard rail. Non parte. Riesco a leggere …bloccato sul pulsante HOLD… dov’è il pulsante HOLD?? Continuo a spippolare, niente. Devo trovare ‘sto HOLD… Alla fine si sblocca, era lo stesso pippolo che si usa per accendere. Sono salvo.
"Ishuosharasbrush" recita.
"No, come faccio per andare a casa?" gli chiedo. Ormai sono disperato e parlo con le macchine.
"Arasbrishpatasfrash" è la risposta. Sono fottuto.
Entro al casello, prendo il biglietto. Deduco di essere sulla Genova-Livorno. Se non sbaglio direzione, in qualche modo dovrei arrivare a casa. Cartello verde per Livorno, c’è ancora una speranza.
Proseguo in autostrada, mentre il navigatore commenta "Sbiriptush" e "Uolifrosh", alternativamente. Un cartello che riesco a leggere (più che altro interpreto la figura della pompa di benzina) dice che c’è una stazione di sosta. Sono incerto se fermarmi, ma il cartello successivo enuncia: Prossima stazione tra 47,5 Km. Ok, mi fermo. Parcheggio mentre il navigatore commenta "Vuvridosh".
Controllo la benzina, che non si sa mai, e poi vado alle impostazioni della lingua del navigatore: russo. Babbo l’altro giorno ci spippolava, accidenti a lui. Imposto l’italiano e riparto. Ora la donnina è molto più silenziosa, forse quella russa ti incita mentre guidi con i suoi sbriptush e uolifrosh. Dopo tre chilometri, con la voce di Kitty di Brothers&Sisters mi dice "Proseguite ottovirgolacinque chilometri", informazione confermata da un minicartello che recita "Livorno 8 Km". Ce la posso fare. A meno che…
Ripesco il portafogli dal fondo del portaoggetti-barra-buco nero: vuoto. Cazzo.
"Spicciolispicciolispiccioli…" prego un Dio in cui nemmeno credo. Ci sono. Otto euro in pezzi da venti centesimi, ma ci sono.
Uscita per Livorno, esco mentre Kitty mi incita con un: "Tra venti metri tenete la destra". Non ho perso il biglietto, lo infilo nella macchinetta e pago un euro e quaranta (che Stefano mi rifonderà completamente) e sbuco sull’Aurelia, la strada che avrei dovuto prendere dall’aeroporto.
Proseguo un po’, e poi finalmente: "Livorno centro". Che poi in realtà centro non è affatto, ma visto che in lontananza c’è un cartello blu con scritto a chiare lettere "Grosseto", decido che è meglio uscire qui.
Kitty però si ribella: vuole farmi fare un altro pezzo di autostrada.
Rapida nozione sui navigatori GPS: per loro la "strada più breve" implica lo sfruttamento dell’autostrada. Dovete andare da vostra nonna che sta a cinque minuti da voi? Kitty vi farà uscire dalla città, prendere la A17 o la E49 e dopo due uscite potrete uscire e arrivare da vostra nonna in soli 17 minuti e alla modica cifra di 2 euro.
"Alla rotatoria prendete la terza uscita" dice. Per casa mia devo prendere la seconda, cosa che faccio. Ormai è quasi l’alba e riesco un minimo ad orientarmi. Faccio la rotatoria e esco alla seconda uscita.
"Tra zerovirgolacinque chilometri, girate a sinistra", ordina, in corrispondenza di un bel cartello verde da evitare come la peste. Lo supero in agilità, in fondo sono con la Agila!
"Ricalcolo". Kitty è in difficoltà. "Tra cinqucento metri, prendete la rotatoria e uscite alla quarta uscita". No cara, casa mia è da quella parte!
"Ricalcolo. Appena potete, tornate indietro" dice nervosa. No, è troppo. La spengo.
"Buonanotte", concludo, attraversando vie ormai familiari. Il cielo si sta rischiarando, la città pigramente si sveglia, tra un po’ sarà ora di andare al mare. Chiamo Stefano e lo informo che sono vivo e in zona casa, e che mi dovrà rifondare di quell’euro e venti centesimi. Ovviamente, si stupisce che io abbia fatto l’autostrada. Non gli rispondo.

"Il Pastafarianesimo
impedisce di guidare nelle ore notturne". Ecco cosa devo dire la
prossima volta che mi chiedono un passaggio all’aeroporto alle 4 di
notte.

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Responses

  1. Cesco te sei un mito, anche un mito buono. Ma che ti ha detto il cervello quando hai deciso di accompagnare qualcuno all\’areoporto alle 4 del mattino.Cmq queste scorribande notturne che ti perdi che è un piacere le conosco benissimo; io e la mia amica Anna, in queste cose siamo imbattibili, una volta per fare Bologna – Portomaggiore (76 km) ci abbiamo impiegato dalle 3 di notte alle 7,30 del mattino.Dopo questa scorribanda il suo ed il mio di mariti hanno deciso di fornirci di ben due satellitari che naturalmente ci davano strade diverse.Gli scettici mariti ci hanno detto "anche se contrario ai vostri principi, fare solo e sempre quello che vi dicono di fare"; già ma l\’importante è non scrivere Carpi se devi andare a Capri (svedesi docet).Ciao e bentornato.

  2. ahahahahahah…….mi devo riprendere dalle risate…non credo di riuscirci…ahahah…

  3. ridi DI me o ridi CON me?


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