Pubblicato da: cescocesto | 21 agosto 2010

La bambina di vetro

Le cose si rompono in continuazione.
Bicchieri, piatti, unghie.
Le promesse.
I cuori.

Comprato qualche mese fa alla Gaia Scienza (era in mega sconto e l’autrice è la stessa de La custode di mia sorella), letto qualche settimana fa nel corso del mio soggiorno vacanziero al Brasimeno.
L’autrice è Jodi Picoult, una sforna best-seller annuale americana, che con questo libro conferma la sua passione per le aule di tribunale e le malattie dei bambini piccoli.

Willow ha sei anni, conosce un sacco di useless information (come che le donne sbattono gli occhi il doppio di quanto facciano gli uomini o che la sedia elettrica è stata inventata da un dentista) e soffre di osteogenesi imperfetta del tipo III, la cosiddetta “malattia delle ossa fragili”, una anomalia genetica che provoca fratture spontanee, deformità degli arti e altezza ridotta.

La condizione di Willow viene diagnosticata alla ventisettesima settimana di gestazione, ma la madre decide di portare avanti lo stesso la gravidanza.
Quando, anni dopo, i genitori si rivolgono ad un avvocato per fare causa ai servizi sociali che avevano ritenuto la bambina vittima di maltrattamenti e l’avevano affidata ad un’altra famiglia, viene loro suggerito di fare causa alla ginecologa per “nascita sbagliata” (la mancata diagnosi tempestiva nei primi mesi di gravidanza ha impedito alla madre di sapere che sua figlia era malata e quindi di abortire).
La decisione della mamma di Willow, Charlotte, di fare causa a Piper, sua ginecologa nonché migliore amica, si riflette però su tutta la famiglia: lei e il marito Sean divorziano, la figlia maggiore Amelia, perde Emma, sua migliore amica nonché figlia di Piper, e cade vittima della bulimia e dell’autolesionismo, e Willow si convince di “essere sbagliata”.
I capitoli, narrati dal punto di vista della madre, del padre, della sorella di Willow e di altri personaggi minori, raccontano alcuni momenti della vita di Willow, la preparazione e alcuni parti del processo, oltre a descrivere le difficoltà personali e quelle legate al processo dei vari protagonisti della vicenda.
Al processo si intreccia la vicenda di Marin, l’avvocato di Charlotte, che, adottata alla nascita è alla ricerca della madre naturale: i capitoli a lei dedicati, in cui il personaggio riflette sulle scelte di Charlotte e quelle che potrebbe aver fatto anche sua madre, contengono delle buone riflessioni sulla maternità e su “cosa” è un genitore.
Intervallano la narrazione alcune ricette di dolci, il cui senso si farà chiaro solo al termine dell’ultimo capito, narrato in prima persona da Willow.

Le recensioni che ho trovato su internet sono relativamente buone, e a me non è dispiaciuto.. i toni e alcuni passaggi ricordano molto La custode di mia sorella, anche se forse alcuni capitoli potevano essere accorciati un po’ (il libro è lungo quasi seicento pagine, che scorrono comunque relativamente bene). Rispetto all’altro libro, equilibrato nelle varie parti, in La ragazza di vetro l’autrice si dilunga un po’ troppo in alcuni capitoli e spesso, soprattutto nel caso del conflitto materno “amo mia figlia ma devo sostenere in tribunale che avrei abortito”, si ripete un po’.
Il finale sinceramente delude, forse proprio a causa dell’eccessiva lunghezza delle parti precedenti. L’ultimo capitolo va alla ricerca dello shock finale da “lieto fine ma non troppo”, e lascia un po’ di amaro in bocca.

Nota nerd: il titolo italiano perde il doppio senso che aveva il titolo originale (Handle with care, maneggiare con cura), che sottolineava sia la fragilità fisica di Willow che quella emotiva delle persone che la circondano.

(se ho ben capito come si usa la funzione di programmazione, dovreste leggere questo post, scritto alle tre di venerdi notte, alle sette e zero-zero di sabato pomeriggio, per cui.. buon uichénd!)

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