Pubblicato da: cescocesto | 16 agosto 2011

Verrai a trovarmi d’inverno

Ci sono vari motivi che mi spingono a scegliere di comprare un libro: a volte mi colpisce la copertina, altre mi intriga il titolo, altre ancora mi incuriosisce la quarta di copertina..

Di Verrai a trovarmi d’inverno mi ha subito colpito la copertina.
Il fatto che avesse una breve prefazione di Concita De Gregorio mi ha infine convinto a comprarlo.
Ho iniziato a sfogliarlo una sera in cui ero stanco e non avevo voglia di proseguire la lettura dei due libri che mi stanno impegnando attualmente: Due di due (Claudia te lo restituisco presto, promesso!), per il quale bisogna essere belli svegli, e il terzo capitolo della Guida Galattica per Autostoppisti, che si legge meglio di mattina quando si è belli frizzanti (ideale per il treno, segnate). Dopo un’ora ero ancora sveglio, perché le atmosfere particolari dell’isola di Pantelleria descritte nei primi capitoli mi avevano incantato.
Lo stile di Cristiana Alicata è del tipo leggero e “atmosferico” (dicesi “atmosferico” quello stile in cui la citazione di piccoli dettagli o di particolari condizioni ambientali/psicologiche sostituiscono le consuete descrizioni, generando dei “campi lunghi” un po’ vaghi ma in cui spiccando i particolari più rilevanti), e ti ritrovi ad aver letto cinquanta pagine di fila senza essertene nemmeno accorto, talmente facile è seguire il percorso della protagonista, Elena -se ben mi ricordo. Ho dei seri problemi con i nomi-, che saltapicchia tra presente (in “esilio” a Pantelleria dopo la fuga dalla città), passato remoto (l’infanzia in campagna con “il babbo”, il suo migliore amico Giovanni e il figlio Mattia) e prossimo (una travagliata storia d’amore che causa la fuga a Pantelleria).

La protagonista ha avuto un incidente in moto e si trova a Pantelleria per la riabilitazione, di cui si occupa Liz, transessuale dalle braccia forti e dalla lacrima facile. A Roma, da cui è fuggita, sono rimasti “il babbo” e Mattia, fratello non all’anagrafe, figlio del migliore amico del padre di Elena.
Si scopre presto che il soggiorno di Elena non è solo funzionale al suo recupero fisico, ma è una vera e propria fuga da un amore finito male.
Come detto, la storia alterna passato remoto/passato prossimo/presente, svelando l’infanzia felice di Elena e Mattia con due padri (la madre di Elena muore di parto e quella di Mattia scappa quando lui è molto piccolo), gli anni universitari di Elena e la scoperta dell’amore, quell’amore che ti spacca il cuore per la felicità e da un giorno all’altro ti lascia senza più niente, tutti momenti che si intrecciano con i giorni di Elena a Pantelleria, un’isola dagli scogli neri, dura e solitaria come Gina e Giuseppe, gli unici amici -oltre a Liz- che Elena si fa sull’isola.

Il racconto scorre veloce tra passato e presente senza momenti particolarmente noiosi ma, a dirla tutta, anche senza momenti particolarmente “forti”, quelli che ti restano dentro una volta che l’ultima parola dell’ultima frase dell’ultima pagina è stata letta.
C’è un colpo di scena (che forse i lettori più smalizati possono annusare già da metà racconto in poi) vicino al finale. Non sconvolge più di tanto, ma rende più sensata (e dolce) gran parte di ciò che abbiamo letto fino a quel momento.
Anzi, c’è un altro colpo di scena, ma l’ho trovato più forzato e -forse- superfluo.

Nel complesso, finito il libro, non ci rimane dentro un momento, una pagina o una frase in particolare, ma l’atmosfera generale che scorre tra le righe del libro.
Un’atmosfera che non riesco a descrivere, fatta di dolore (fisico e psicologico), ma anche di accettazione (di sé stessi e degli altri) e di amore familiare. E non di quella “famiglia tradizionale” a cui i nostri politici si aggrappano con le unghie, ma quella “famiglia allargata” fatta di fratelli, sorelle (di sangue o meno) e compagni di vita.

(spero che la programmazione del post stavolta sia andata a buon fine. saluti dal Brasimeno)

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Responses

  1. bello mio..prima di tutto bentornato!
    secondo..come ti capisco (e qui mi rifaccio al “bello mio” precedente): io pure vengo spesso attratta alla copertina di un libro e se devo essere sincera la tua è dannatamente invitante!
    tanto dovevo giusto andare in libreria alla ricerca di Marc Levy.. non è mai morto nessuno se invece di uno di libri ne compro due! 😉

  2. cara farnocchia, grazie!
    guarda, io in realtà non cedo solo alle copertine, ma anche ai titoli e alle fascette promozionali (che in realtà razionalmente odio!), sono proprio “uno facile”.
    fammi sapere se l’hai letto e che ne pensi! 😉


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