Pubblicato da: cescocesto | 14 novembre 2012

L’eleganza del riccio, per gli amici Le noiose disquisizioni di una portinaia

Il 2012 mi ha portato tante buone cose, ma anche -i lettori più attenti se ne saranno accorti, e forse anche quelli meno attenti- un discreto blocco dello scrittore.
Pensavo a questo prima, in bagno (ebbene sì: io le migliori riflessioni, così come le più lunghe sessioni di lettura, le faccio in bagno), dopo aver letto del post sul Nanowrimo 2012 su Reader’s Bench.
La frase che mi è venuta in mente subito dopo è stata “il miglior modo per superare la paura della pagina bianca è affrontarla, quella pagina. Scrivere qualsiasi cosa, dando voce a qualsiasi pensiero ci passi per la testa. E quella pagina bianca non sarà più bianca. E non farà più paura”.
Questo il pensiero del ‘me filosofico’. Il ‘me concreto’ sta osservando il monitor del computer e sentenzia “Sì, così ci riempi otto righe. E dopo?”.
E dopo? Dopo avrai il cervello in moto, avrai aperto collegamenti mentali che daranno spazio a nuovi pensieri e idee, sarai inconsciamente andato a scavare nei ricordi e l’idea che aspettavi sarà arrivata.
Nel mio caso l’idea è: “un tempo non scrivevi le recensioni dei libri dopo averli finiti?”. Giusto.
E quindi eccovi la recensione de L’eleganza del riccio.

Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei,
una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia
semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti,
risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

L’Eleganza del riccio è il “caso editoriale” del 2006-2007: si è diffuso col passaparola, è diventato un bestseller, ha vinto premi, blablabla.
L’autrice del libro è Muriel Barbery, francese, docente di filosofia, la cui prima opera si intitola Estasi culinarie (YUM!).
Dal libro è stato anche tratto un adattamento cinematografico, Il riccio, che però pare sia stato disconosciuto dall’autrice.
Come ho già detto, l’ho letto la scorsa primavera, dopo un “tentativo andato a vuoto” un paio di anni fa.
Appena chiuso, le mie opinioni in merito oscillavano tra “è ‘nammerda” e “non l’ho capito”.
Mesi dopo, a freddo, posso dire che non considero l’opera di Muriel Barbery al pari del letame.
Ma confermo il “non l’ho capito”.
O forse sì.
E quello che ho capito, sinceramente, non mi piace.

Ho un complicato intreccio di pensieri in testa, per cui cercherò di dare ordine alle idee dividendo questa pseudorecensione in paragrafi, come si fa alle medie quando devi fare l’analisi di un testo.

– personaggi
Dunque, le protagoniste (nonché voci narranti) sono due: Madame Michel e Paloma.

Madame Michel è la portinaia del palazzo al numero 7 di rue de Grenelle, abitato da famiglie ricche e potenti composte da mogli altezzose poco pratiche nell’uso della grammatica, mariti cordiali ma presi dai loro importanti lavori di politici/funzionari/professori, figli snob viziati che si sentono in diritto di abbaiare ordini alla portinaia senza mai dirle “grazie”.
Vedova, ha un gatto che si chiama Lev e un’unica amica, Manuela, la donna di servizio di una delle famiglie del palazzo. È una autodidatta che macina libri di filosofia valutandoli con il “test della susina”, ama l’Arte con la A maiuscola e adora Anna Karenina di Tolstoj. Ma per gli inquilini del palazzo di rue de Grenelle Madame Michel è solo una comune portinaia, che mangia zuppa di cipolle e guarda un sacco di televisione, perché lei ha deciso di dare loro questa immagine.

Paloma Josse ha dodici anni e vive con la famiglia in uno dei grandi appartamenti del numero 7 di rue de Grenelle.
Ha una madre fissata con Freud che prende troppi sonniferi, una sorella, Colombe, che ascolta la musica a volume troppo alto e parla per frasi fatte e un padre assente che ama il rugby.
Estremamente intelligente, è convinta che la vita non abbia alcun senso, per cui ha deciso che il giorno del suo tredicesimo compleanno si suiciderà grazie ai sonniferi rubati alla mamma e poi darà fuoco alla casa, ma solo dopo aver messo in salvo i gatti.

Tra i personaggi secondari i due con più rilievo sono la suddetta Manuela e Kakuro Ozu, un uomo d’affari giapponese che fa la sua comparsa a metà del libro, dando il via a un cambiamento nella vita delle protagoniste.

– la trama
Di solito quando scrivo di un libro cerco di dare solo un vago accenno alla trama, nel caso in cui chi passa di qui volesse poi leggere il libro in questione.
Questa volta no, questa volta intendo spiattellare per filo e per segno tutta la trama, per tre validissimi motivi:
primo, i fatti che avvengono in questo libro sono talmente pochi che non commentarli implicherebbe non parlare affatto del libro;
secondo, i (pochi) fatti narrati sono così strettamente legati alla psicologia dei personaggi che, ripeto, non parlarne implicherebbe non parlare del libro;
terzo, la conclusione mi ha talmente spiazzato che devo brontolare un po’ da qualche parte, e quale posto migliore di questo?
Cosa stavo dicendo? Ah, sì.
La trama.

(interludio: descrizione acida dei due personaggi principali)
Madame Michel è la portinaia di questo ricco palazzo di rue de Grenelle.
È autodidatta, molto intelligente, legge Marx-Kant-Hegel-Feuerbach-chesenonhailettoFeuerbachmammamia, ama la musica-pittura-scultura-insommal’ArteconlaAmaiuscola, il suo libro preferito è Anna Karenina che cita almeno tre volte al giorno ma solo tra sé e sé o col suo gatto che si chiama Lev, sì, Lev come Lev Tolstoj, perché, appunto, Madame Michel è una Sapientona con la esse maiuscola. Ma in incognito.
Grugnisce a chiunque osi affacciarsi in portineria per poi meditare sul modo in cui le “porte aperte creano un parassitismo provinciale che spezza l’unità dello spazio”, cucina zuppa alle cipolle impuzzando l’atrio del palazzo per poi sorseggiare tè al gelsomino guardando film di cineasti giapponesi, simula errori grammaticali con gli inquilini per poi trovarsi a disquisire interiormente su come si potrebbe svolgere “la giornata di un fenomenologo”.
Trascorre tutte le sue giornate osservando (e giudicando) gli abitanti del palazzo che trova assolutamente ipocriti, fondamentalmente ignoranti, spaventosamente superficiali, decisamente ingrati, paurosamente sgrammaticati e (hofinitogliavverbi)amente incartapecoriti; tutti tranne Olympe Saint-Nice, che è carina, dolce e vuole fare la veterinaria, cura la fauna del palazzo e dice “cistite idiopatica interstiziale” come un qualsiasi altro diciannovenne direbbe “mi ci va una pizza” e la piccola Paloma Josse.
La quale Paloma per una buona metà del libro se ne sta in casa, probabilmente sdraiata sul letto, a scrivere i suoi “Pensieri Profondi” (brevi riflessioni in cui elenca i difetti dei suoi familiari, degli amici dei suoi familiari, dei suoi professori, dei suoi compagni di scuola, degli amici dei suoi compagni di scuola) e il suo “Diario del movimento del mondo” (altrettanto brevi -e molto meno numerose dei “Pensieri Profondi”- riflessioni in cui medita su ciò che potrebbe essere sufficientemente bello nel mondo da convincerla a non suicidarsi; roba come i tuffi sincronizzati, il canto di un coro, l’haka della nazionale di rugby neozelandese).
(fine interludio)

La prima metà del libro è quindi costituita da una lunga serie di riflessioni di Madame Michel sugli inquilini, su Anna Karenina e sulla fenomenologia e dai “Pensieri Profondi” di Paloma.
Sì, in pratica non succede UNA CIPPA.
Serve l’arrivo del signor Ozu, che compra l’appartamento sotto quello di Paloma dopo la morte del proprietario, a dare una spintarella (molto delicata) agli eventi, e qualcosa comincia (finalmente) a mettersi in moto.
L’uomo invita a casa sua Madame Michel, dopo averne intuito la “cultura segreta”.
La donna si fa prestare un abito buono da Manuela e va dal parrucchiere dopo secoli, cedendo per qualche istante alla civetteria osservando quanto i capelli cotonati le incornicino bene il volto.
Seguono riflessioni su come chiedere dov’è il bagno senza risultare volgare e pensieri sulla musica ottimale per accompagnare uno sciacquone, ancora ad opera della nostra Madame Michel, a cui fa seguito una lunga serie di paranoie sul concedersi o meno a Mister Ozu.
Ovviamente, non si parla di concedersi fisicamente ma spiritualmente: la donna si chiede se sia il caso di “rivelarsi del tutto” a lui, andando contro a questa “regola sociale” che vorrebbe le portinaie puzzone, sgrammaticate, con dei brutti capelli e mangiatrici compulsive di zuppa di cipolle.
Ma la donna, dopo aver visto la foto della moglie del signor Ozu, morta di cancro da dieci anni, si risponde di no, perché “l’amicizia tra le classi sociali è impossibile”.
Madame Michel cala quindi ripetuti pacchi al signor Ozu, fin quando Paloma non la ferma e le chiede “A che gioco sta giocando?”.
Questa frase apre la porta alla “grande rivelazione” del libro: il perché Madame Michel si improvvisa portinaia puzzona-sgrammaticata-eccetera.

In un capitolo ambientato nel piovoso passato di Madame Michel, le sue “paranoie da segretezza” si rivelano essere motivate da questo pensiero: “..e proprio come Lisette era stata bella e povera, io ero intelligente e indigente, quindi come mia sorella ero destinata alla punizione se solo avessi osato trarre vantaggio dalla mia mente a dispetto della mia classe sociale”.
Questa è la riflessione che fa la donna dopo che la sorella Lisette, andatasene anni prima dalla piccola casa di contadini in cui abitava con la sorella e la famiglia per andare in città nella speranza di costruirsi una nuova vita, era tornata a casa, incinta e disperata, solo per poi morire di parto.
Lisette era bella e povera ed era stata “punita” per il suo tentativo di “sfidare le regole sociali”: la giovane Madame Michel decide quindi che lei si atterrà strettamente a quelle regole, e terrà solo per sé (e per il suo gatto) la sua intelligenza, la sua cultura e il suo amore per l’arte.
Ritorno al presente: Madame Michel in lacrime.
Decadi e decadi di paranoie, di letture segrete, di Kant-Hegel-Feuerbach, di zuppa di cipolle cucinata e mai mangiata sono quindi liquidati al grido di “mio Dio, Paloma, come sono sciocca!”.

Questo insulto gratuito a sé stessa cambia due destini.
Paloma capisce che soffriva perché “non poteva fare del bene agli altri”, dove gli altri sarebbero parenti e compagni di classe. Capisce, in pratica, che aprendo gli occhi e “uscendo dal guscio” potrà trovare spiriti affini che possano alleviare la sua infelicità. E accantona i progetti di suicidio+incendio perché vuole sapere se Madame Michel e Mister Ozu si metteranno insieme (anche i dodicenni superintelligenti sono in fondo solo dei ragazzini pettegoli).
Madame Michel si confronta con Mister Ozu, la cui perla di saggezza “lei non è sua sorella” permette a Madame Michel di uscire definitivamente dal suo guscio (di paranoie e di capelli non pettinati), e ovviamente la sera del loro appuntamento gli inquilini non la riconoscono perché “non l’hanno mai vista” (perché nascosta dai vapori della zuppa di cipolla?).

La gioia delle protagoniste dura, credo, due capitoli e mezzo. Perché poi Madame Michel viene investita dal camioncino della Tintoria Malavoin. E muore (ma non prima di aver sparato qualche altra frase filosofica).
L’ultimo capitolo è “L’ultimo pensiero profondo” di Paloma, in cui la ragazzina riflette sulla morte, sulla vita, sul dolore e sulla bellezza. Promettendo, a sé stessa e a Madame Michel, che d’ora in poi andrà alla ricerca del bello nel mondo, del “sempre nel mai”, l’unico modo per lenire il dolore della vita.

– cosa ne penso?
(parte della recensione in cui dico castronerie)
Reazioni a caldo a parte (“Muore?! Mavaffanculo Muriel Barbery, sei peggio di David Nicholls.”), credo che questo sia un libro abbastanza complesso, un trattato di filosofia mascherato da romanzo.
A volte si dilunga in paginate di riflessioni che non riescono ad arrivare ad un nocciolo significativo (almeno a mio parere), altre volte ci si può imbattere nella classica “verità in una riga”.
Alla fin fine, però, ogni trattato deve avere un messaggio, e il messaggio trasmesso (a me) da questo libro è una cosa del tipo: “Sei scemo? Sarai felice. Sei intelligente? Sarai infelice. A meno che non trovi qualcuno del tuo livello. Ma questo qualcuno probabilmente vive dall’altra parte del mondo. Oppure, se sei fortunato, nel tuo palazzo. Occhio però che le morti inaspettate sono dietro l’angolo.”
Insomma.. non proprio il massimo dell’ottimismo.
(parte della recensione in cui cerco di dire cose un po’ più serie)
Per quanto abbia apprezzato (e in un certo modo io condivida) il modo in l’autrice descrive l’Arte come cura della sofferenza insita nell’essere umano, e la gioia che proviamo quando troviamo qualcuno con cui condividere i pensieri e le sensazioni che quell’Arte ci dona, c’è una questione che mi ha lasciato parecchio perplesso, ed è quella dell’educazione.
L’etimologia del verbo educare è
e+ducare = “tirare fuori” e mettere in pratica le buone inclinazioni, ma anche “condurre fuori” l’uomo dai difetti originali
In pratica, nessuno è buono/cattivo, nessuno è scemo/intelligente, nessuno è delicato/rozzo: esistono le inclinazioni personali, che fanno parte di un’ampia gamma di sfumature di grigio, e l’educazione ci permette di “indirizzarci” sulla strada migliore.
Nel libro invece c’è una forte contrapposizione tra “gli educati” intesi nel senso di “acculturati”, che “conoscono” perché hanno studiato ma non hanno “capito” e “gli intelligenti”, profondi, sensibili ed eruditi, che hanno piena consapevolezza del mondo, dell’arte, eccetera.
I personaggi sono quindi raggruppati in categorie ferree: da una parte gli “intelligenti/eruditi” (Madame Michel, Paloma, Kakuro, ma anche Olympe Saint-Nice) a cui si aggiunge la “buona” (ma stupida) Manuela e dall’altra i “colti/educati”, cioè tutti gli altri: personaggi che hanno studiato e usano le loro conoscenze solo per fare vuoti discorsi a tavola citando “chi sa fare fa e chi non sa fare insegna”, ma che dentro restano rozzi e scortesi (e ogni tanto sbagliano qualche consecutio temporum).
La stessa sensibilità artistica, unico mezzo per elevarsi dal dolore umano, secondo l’autrice sembra appannaggio dei soli intelligenti, perché gli altri utilizzano l’arte solo per elucubrazioni mentali vuote e prive di significato, perché loro non sono eruditi, ma solo acculturati.
Per quanto queste categorie possano effettivamente esistere, personalmente mi rifiuto di credere che il mondo sia così in bianco e nero (buoni-cattivi eccetera), che le persone siano così facilmente classificabili in categorie positive/negative (e che chi è assimilabile ad una categoria positiva abbia SOLO aspetti positivi: intelligente E buono E erudito E simpatico E profondo, quando NEL MONDO REALE esistono persone acide E buone, antipatiche MA profonde, intelligenti E UN PO’ rozze..) e che queste categorie siano così rigide, manifeste e assimilabili al comportamento del singolo (se sei sgarbato con me non è perché di solito non sei così ma magari hai fretta, sei sgarbato con me perché sei un riccone che si fa vanto della sua cultura e quindi tratti male le portinaie perché sono esseri inferiori e blablabla).
Potrei capirlo nella visione di Paloma, che ha dodici anni (e che alla fine del libro compie una crescita personale decidendo di aprirsi al mondo), ma non in quella di Madame Michel (e, di riflesso, dell’autrice), la quale non accetta gli altri e il mondo, ma semplicemente decide di aprirsi ad un qualcuno che è come lei.
La crescita nasce dal confronto con l’esterno e l’estraneo, ma non c’è crescita se ci si rapporta solo con ciò che è uguale a noi, cara la mia Muriel Barbery.

– conclusioni
Sì, insomma, direi che è chiaro che su questo libro potrei scrivere interi trattati (e vi assicuro che ho tagliato tanto dal tema-dieci-colonne che avevo scritto inizialmente), per cui mi fermo qui.
Cercherò di recuperare la trasposizione cinematografica soprattutto perché, a quanto pare, l’autrice del libro ritiene il film “una cosa diversa dal libro”.
Quindi mi auguro che sia molto meglio.

Siccome sono democratico, vi metto alcuni link a siti in cui si parla del libro, nel caso non ne abbiate avuto abbastanza:
Trama e descrizioni dei personaggi (più chiare di come ho fatto io), stralci di recensioni e successo editoriale da Wikipedia in inglese (che la pagina francese è un mini-stralcio, più corta della pagina italiana).
“L’eleganza di un sempre nel mai” da katep.it
Recensione su wuz.it, di cui mi fa sorridere la frase “È una narrazione molto filmica, molto visiva, […] se escludiamo le eccessive dissertazioni filosofiche non sempre brillanti”.
Recensioni varie da LaFeltrinelli.it, i cui commenti variano da “sofisticato” a “deludente”, da “splendido, da rileggere”, a “l’eleganza.. della banalità”, da “dolce e profondo nella sua semplicità” a “le noiose disquisizioni di una portinaia” (che ho rubato come titolo per il post).
Risposte su Yahoo Answers ad uno studente svogliato che chiede notizie in merito così da finire prima i compiti a casa (Madame Michel non approverebbe!).

E questo è veramente tutto.
Ah, no. Se qualcuno l’ha letto, si prega di esporre pareri.


Responses

  1. Mi chiedo da sempre una cosa…ma a voi che state ore in bagno a pensare, non vi si addormentano gli arti inferiori quando siete seduti?? A me capita😆
    E poi chissà perchè in bagno ragioniamo meglio, per così dire…io penso molto in bagno…sarà l’atmosfera di un ambiente tranquillo, solitario?

    • a me si addormentano SEMPRE gli arti inferiori. e quello provoca un ulteriore allungamento del tempo di permanenza in bagno, con conseguente prosecuzione delle riflessioni filosofiche.
      sarà l’atmosfera, o saranno gli effluvi mefitici che attivano sinapsi nuove?

  2. Uno viene su questo blog per leggere analisi approfondite di alcune tematiche e rimane spiazzato da quanto scritto….che schifo…io ho letto il libro, si è pieno di riflessioni però penso che non debba esser valutato così..

    • Forse non sei un abituale frequentatore del blog, ma spesso il sottoscritto usa questo tono.. Non so cosa ti aspettavi di trovare, ma ti assicuro che io in primis ho avuto problemi a scrivere questo pezzo, perché sinceramente il libro non mi ha convinto, ma ho comunque cercato, nonostante l’ironia spicciola, di dire qualcosa dietro alle battute.


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