NY Trip

Rieccomi, finalmente. Ho pensato che ci avrebbero annullato l’aereo visto il tempo terribile della mattina: telegiornali intitolati “Tornado special”, o cose del genere, mostravano tetti scoperchiati ed alberi abbattuti a qualche isolato dall’albergo, e sul JFK incombeva una pesante nebbia. Aggiungeteci la strada sbagliata per arrivare alla metro, la subway allagata e il treno che non arrivava più, mi son detto vai: destinati a rimanere qui. E invece la mattina dopo eravamo tutti a casa, al fresco, a bere caffè vero e cibo vero.
Com’è andata? Enormemente bene, inconvenienti a parte (bagagli persi in primis).
Non voglio annoiarvi con il resoconto del viaggio, per cui annoto solo 15 cose da fare a New York, esperienza personale.

Numero 1: rimanere a bocca aperta mettendo piede a Manhattan.
Se, come noi, si è prenotato l’albergo a Brooklin, Manhattan non si vede se non prendendo la metro (efficientissima peraltro). E, una volta usciti dalle scalette della fermata con la grossa insegna Subway, lo spettacolo è eccezionale. Soprattutto per noi italiani, poco abituati ai grattacieli (soprattutto noi livornesi, che il nostro palazzo più alto è il “grattacielo” di piazza Roma), la vista è qualcosa che lascia senza parole: fissando il cielo si vedono i corpi enormi di questi pesanti palazzi d’acciaio che si stagliano, leggeri, verso il cielo. E tutta Manhattan è così. La cosa più strana è vedere piccoli palazzi vittoriani di soli tre piani intercalati in mezzo a due grattacieloni di settanta e passi piani, o una chiesetta di pietra dal cui tetto salgono verso il cielo le finestre del palazzo futuristico che vi è stato costruito sopra. New York non è “bella”, nel senso lato del termine (non è certo più bella di Firenze o Roma), ma di certo lascia senza fiato alla vista, così orgogliosa e superba.

Numero 2: camminare per le strade.
Le vie hanno dei marciapiedi enormi, attraversati da fiumi di persone: fisionomie caucasiche, asiatiche, africane, e tutte le “vie intermedie” popolano e percorrono queste strade, in continuo movimento. Un terzo di questi parla freneticamente al cellulare a gran velocità, e quasi la metà è sola, accompagnata dal suono del fedele iPod; qualcuno particolarmente intellettuale tenta anche di leggere camminando, ma il rischio di incocciare un passante vicino è talmente alto che tutti rinunciano poco dopo. Ah, fermarsi al rosso dei semafori pedonali sembra essere un optional: Stefano, integrata questa usanza locale, gli ultimi giorni della vacanza praticamente attraversava solo col rosso e quando vedeva il verde si fermava.

Numero 3: perdere le valige.
Ok, forse questa non conviene. Dopo nove ore di volo scoprire che i tuoi bagagli, con i tuoi vestiti, i tuoi saponi, le tue (argh!) lenti a contatto, le tue mutande, sono rimasti a Fiumicino non è piacevole. Soprattutto poi sentirti dire “Ve le spediamo domani sera in albergo” e non vederle per i tre giorni successivi finquando non torni a prendertele dopo un’ora di metro, non è simpatico. Ci siamo dovuti lavare le mutande nella vasca e asciugarle col phon, e chiedere in albergo degli spazzolini da denti per non uccirderci tra noi con degli aliti non proprio freschi.

Numero 4: fermata obbligata ai musei.
La città ha una densità di musei enorme. Solo per citare i più famosi, il MoMA di arte moderna, il Guggenheim, il MoCA di arte contemporanea, il Met sulle civiltà antiche, il Museo di Storia Naturale, il Museo di New York, e sono solo alcuni: spulciando sulla cartina si trova il Museo del Fumetto (fermata per noi obbligata, con disegno del sottoscritto nel libro delle firme), quello dello Sport (per orrore di Stefano con apertura nel tardo 2008), quello dei Grattacieli, degli Ebrei e molti, molti altri. Tutti ricchissimi, enormi, aggiornati, coinvolgenti e chi più ne ha più ne metta. Tappa obbligata, a parer mio, il Museo di Storia Naturale, che ne possa dire Luca, orripilato da quei dinosauri giganti e da quelle scimmie semiumanoidi. Ha una sezione sulle Stelle che da sola vale il biglietto.

Numero 5: camminare su un quadro.
Sì, proprio sopra. Nel mio caso non è stata una cosa volontaria, ma tutto deriva dalla mia ignoranza in fatto di arte moderna. Eravamo al Museo di Arte Moderna: reduce da una stanza povera di quadri ma ricca di pareti bianche, avevo scoperto che se fissavo il muro con intensità si notavano dei rettangoli grigio chiarissimi, o color ocra o di un bianco più opaco. Leggendo le didascalie, avevo scoperto che questi muri bianchi in realtà erano vere opere d’arte in cui il “pittore” aveva abbandonato la “sovrastruttura della pittura per dipingere solo l’essenza della realtà” (la realtà non deve ispirare poi molto, tanto più che erano tutti “Untitled”, bella forza!). Insomma, reduce da questa stanzona, entro nella successiva. Muri bianchi anche qui e un tappeto nero per terra. Mi dirigo spedito verso il muro, ansioso di scoprire se almeno questi muri avevano dei titoli, e faccio due passi sopra questo “tappeto”. Guardo il muto, e non vedo foglietti illustrativi. Vado nella stanza successiva, e vedo lo stesso tappeto in posizione verticale. Voltandomi indietro, mi accorgo che tutti fissano interessati questo tappeto nero, annuendo. Strizzo l’occhio e vedo che il tappeto è spesso.. è una tela! Mi giro verso Stefano e chiedo:” Scusa, me quello lì per terra era un quadro?” risposta: “Sì, perchè?”. “Credo di averci camminato sopra”. Mentre Stefano mi guarda tra l’interrogativo e il perplesso, controllo che nessuno mi fissi male e accelero verso la stanza successiva.

Numero 6: salire sull’Empire State Building avendo fatto il City Pass.
Grande invenzione il City Pass: entri nei quattro musei principali e all’Empire senza fare fila, e puoi deridere le vecchie che tentano di superarti prima che tu abbia sventolato il tuo Pass. E se, come all’Empire, la fila è di due ore, saltarla non può che far piacere. E lassù in cima alla città la vista è uno spettacolo. Peccato che la sera ci sia un tale inquinamento luminoso che i palazzi sottostanti non si distinguono, immersi nell’alone di luce da loro stessi prodotto. Ma la vista rimane comunque uno spettacolo: si vedono in palazzi più alti della città, i tre ponti che collegano Manhattan a Brooklin, i vari distretti, da Midtown (il quartiere degli uffici) a SoHo (il quartiere degli artisti), da Uptown (nella zona di Central Park), a Lower Manhattan (il quartiere commerciale), si vede tutto o quasi. Ed è veramente da togliere il fiato. Soprattutto a pensare alle bollette della luce.

Numero 7: farvi una mangiata da Speedy’s.
Il nostro takeaway di fiducia in Herald Square. Stanchi di pizze col finocchio e di hamburger col formaggio giallo dentro, abbiamo scoperto questo posticino vicino all’Empire State Building. Commessi tutti asiatici (pare essere un requisito per essere assunti), ma almeno proponevano cibo “vero”: pasta leggermente cruda ma commestibile, verdure poco salate ma che non sapevano di plastica e carne fredda ma che probabilmente era vera carne. A tutto questo aggiungeteci un grazioso parco davanti in cui mangiare al fresco e all’ombra, e anche che non potevamo più andare a mangiare la pizza a Ground Zero perchè Luca, con gomitata agile gli aveva frantumato il barattolo delle mancie, ed ecco il nostro takeaway preferito. Almeno per il pranzo, perchè a cena riscaldavano la roba della mattina.

Numero 8: farvi la città in metro.
Come le strade, anche le metro sono affollate e rumorose, piene di persone di ogni estrazione sociale e di etnia. Molti ascoltano musica, altrettanti dormono, pochi chiacchierano tra loro e qualcuno legge. Molti leggono il giornale, altrettanti leggono un buon libro. E parecchi leggevano Harry Potter, guadagnando parecchi punti stima. Dall’adolescente alle giovane donna, anche qualche signore di mezza età un po’ alternativo e qualche signora anziana.

Numero 9: entrare nell’enorme fumetteria della Fifth Avenue.
Una fumetteria che dire grande è dire poco. Ricca, ricchissima di fumetti, libri, gadget e chicche per appassionati. Più un Silver Surfer gigante. Sono riuscito incredibilmente a non comprare niente..

Numero 10: farvi da soli l’american coffee.
Oh, per quanto possa far schifo, volevo togliermi la curiosità di fare il caffè. E in camera c’era la macchinetta, con tutto l’occorrente (anche se a quanto gli americani al posto delle tazze usano i bicchieri e al posto dei cucchiai le cannucce)! Ammetto che è veloce e semplice, ma il risultato lascia decisamente a desiderare. Era anche peggio di quello che ci serviva il bar dell’albergo.

Numero 11: fare conoscenza con i niuiorchesi.
Dopo una settimana non sono riuscito bene ad inquadrare la popolazione locale, eppure quelli con cui abbiamo interagito sono stati (quasi) tutti cordiali. A partire dal ragazzo a cui abbiamo chiesto come arrivare all’aeroporto il giorno in cui dovevamo andare a prendere le valige, ancora timorosi di non trovarle. A spasso con i cani e la fidanzata, ha camminato con noi per quasi mezzora, accompagnandoci alla fermata della metro e spiegandoci a quale fermata dovevamo cambiare treno (un discorso accompagnato da grandi gesti per essere sicuro che capissimo), mentre ci spiegava che in America ogni giorno che stai senza bagagli la compagnia aerea ti da trenta dollari. Quando ha saputo che eravamo con l’Alitalia ha detto qualcosa che suonava tipo “Non credo che abbiano la stessa cosa..”. Un’altra signora gentilissima l’abbiamo trovata sulla metro il giorno della partenza: in ritardo clamoroso (sia per colpa nostra che della metro stessa), lo speaker ha bofonchiato qualcosa tipo “blablablaExpressServiceblablabla”. Consultando la cartina ho scoperto che l’Express Service non fermava al JFK. Guardo Stefano e lo informo della cosa, e lui sbianca. Una innocente signora dalla pelle scura e dai capelli grigi, con un bastone e un grosso sorriso incorniciato da rughe sottili ci guarda e ci informa che il treno arriva al JFK, poi ci spiega accuratamente tutto il percorso che fa il treno e dopo quante fermate dobbiamo scendere. Quando arriva alla sua ci ricorda “Two more stops!” e se ne va svelta.

Numero 12: andare a Times Square e vedere il film dei Simpson.
Se New York è la città della pubblicità, Times Squadre è la Piazza della pubblicità. Enormi cartelloni con luci intermittenti che pubblicizzano cibo e fast food, schermi che proiettano le scene dei telefilm ABC e CBS, e addirittura un cartellone di Forbes con scritto “Capitalisti di tutto il mondo unitevi!”.. Aggiungete a questo che è in zona Broadway ed ecco le insegne dei teatri con Mary Poppins, il Re Leone e il Fantasma dell’Opera, e poi cinema da 25 sale, con il film dei Simpson, visto ovviamente! Accanto a noi ci doveva essere il fan numero 1 dei Simpson, che si sganasciava ad ogni battuta e applaudiva anche a quelle che non facevano ridere nessuno. Com’è il film? Ehhh..

Numero 13: farvi guardare male in ascensore.
Se entrate in negozi particolarmente da ricchi, troverete gente che ha decisamente la puzza sotto il naso. Ecco, Luca ci ha portati da Burberry e quando siamo saliti in ascensore è salita anche una signora decisamente acidella. Insomma, saliti sull’ascensore Luca sbaglia e, invece di pigiare il pulsante per il quinto piano pigia il grosso 5 accanto al pulsante, e ovviamente l’ascensore non parte. La donnina con mossa agile pigia il pulsante per il quarto piano e io poi pigio quello per il quinto. Vedo la donnina che si gira verso di me e penso “Mi sorriderà vedendo come siamo impacciati..” invece mi guarda con uno suardo minaccioso che traspare dai grossi occhialoni e sa di “Maldetti extracomunitari, tornate nella vostra nazione arretrata!”. Evvai!

Numero 14: andare a Central Park.
Sarà vero che a New York e in America mangiano da far schifo, ma visto che vogliono anche essere bellocci, vanno tutti a correre a Central Park, il vastissimo polmone verde nel cuore della città. Enorme, pieno di corridori armati di iPod che ti urlano se gli intralci la strada, biciclette che sfrecciano in ogni angolo e anche qualche pattinatore un po’ incerto, nel centro c’è un grosso lago e si vedono tutti i grattacieli che lo incorniciano. Seduti pazientemente su una panchina potete anche vedere uno scoiattolo con una grossa e vaporosa coda che sgranocchia una succulenta ghianda. Ah, per la cronca, la zona è parecchio prestigiosa: appartamento con vista sul parco da 10 milioni di dollari in su.

Numero 15: passare i controlli di sicurezza e quelli doganali.
Beh, i controlli sono abbastanza severi. A Roma prima di imbarcarci la gente veniva perquisita, e l’addetto alla sicurezza ha anche voluto analizzare per sicurezza la suola della mie scarpe. Arrivati in America, prima di scendere dall’aereo ci hanno fatto compilare dei biglietti in cui dichiaravamo che non volevamo fare commerci illeciti, contrabbandare, e non portavamo con noi droghe varie e alcol (o almeno questo ho capito, l’Alitalia aveva solo biglietti in portoghese). Scesi dall’aereo, senza valige, ci siamo risparmiati la dogana ma ci hanno preso le impronte e fotografato. Al ritorno al JFK hanno (addirittura) scannerizzato zaini e scarpe (con la gente che passava dal metal detector tutti in calzini) e arrivati a Pisa hanno voluto vedere zaini e valige. Il finanziere ha ritenuto molto sospetto che io avessi con me circa 15 buste piegate sopra i vestiti e ha voluto aprirle tutte, nonostante il mio ripetuto “Sono vuote.. quella è vuota.. anche quella è vuota..”; poi ha trovato un termos e trionfante mi fa: “Aha! Alcol!” delusissimo quando ha scoperto che era vuoto. Insospettito da una busta molto gonfia l’ho informato che la apriva a suo rischio: era la busta dei vestiti sporchi. Deve aver letto la sincerità nei miei occhi e ha lasciato perdere. Stava per avventarsi sui vestiti ma ha trovato il beauty e l’ha aperto. Ed è stato punito, perchè il bagnoschiuma si era aperto e lui ci ha intingolato per bene la mano.. “Oh, si deve essere aperto qualcosa” faccio io malcelando un sorriso. Ha abbandonato il controllo della roba pulendosi la mano con tre fazzoletti.

Beh, questo è più o meno tutto. Una settimana niuiorchese è quanto di più intenso ci possa essere, abbiamo camminato un sacco tra tutti quei musei (ho perso un chilo e mezzo tra l’altro), con un mal di gambe e piedi non indifferente, e patito un caldo della malora (e anche un freddo: i negozi mettono l’aria condizionata a -20!), ma davvero ne è valsa la pena.
Credo che di città come New York, con una tale densità di abitanti, un miscuglio di popolazioni così diverso e una quantità di musei e posti da vedere quasi infinita, ne esistano veramente poche.

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Responses

  1. […] NY Trip Inserito da: cescocesto | 3 marzo 2010 […]

  2. ma quand’è che sei andato a new york??!! o.O

    • ah no, ok. ho capito ora.
      e scusa, prima non mi rispondi su facebook, e ora ho i commenti in coda di moderazione? per punizione in macchina dovrai toglierti tutti i peli delle gambe con una pinzetta per sopracciglia.


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