Sto fissando questa pagina bianca da mezzora, modificando parole a caso per cercare di avere un’introduzione quantomeno decente (con scarserrimi risultati).
Sono in -palese- crisi d’ispirazione da giorni (vedi? vedi?! non c’è più Berlusconi e non ci rimane più niente da scrivere.), non ho scritto nulla nemmeno sul fantomatico 11/11/11, shame on me! E nemmeno le vecchie bozze aiutano, perché andrebbero finite e sistemate (tipo il post sulla RyanAir scritto.. quest’estate!).
Quindi.
Se non vi va di leggere le mie lamentele ma qualcosa di costruttivo, andate qui (è Clamm Magazine, si parla di arte-cinema-letteratura-musica, tutto quello che fa Cultura, e ci scrive gente del calibro della RagazzaConLaValigia e di LadyLindy, e giusto mezzora fa la suddetta RCLV ha accettato una mia proposta di collaborazione).
Intanto io mi appunto alcune idee che svilupperò non appena mi si riaccende il cervello (le appunto qui perché ultimamente -ma che dico, da sempre- tendo a perdere i biglietti su cui mi annoto le cose. Sì, è per quello che mi scrivo sulle mani).
- un post sui medici obiettori di coscienza
- One Day il film
- riflessioni (sperabilmente sensate) sul governo Monti
- nuovo VoyaCesc
- qualcosa sul digitale terrestre e la crisi Mediaset
E a quel punto il Dio WordPress, impietositosi per i lettori di quel blog allo sbando, fece emergere dalle bozze un articolo pronto e rifinito, scritto nel lontano Agosto 2011, di cui l’autore si era colpevolmente dimenticato.
Bene.
Sembra che, scavando bene, qualcosa dal mucchio delle bozze esca sempre fuori.
Almeno ora questo post non è totalmente inutile.
Se di Verrai a trovarmi d’inverno mi aveva colpito la copertina, di questo libro mi ha invece colpito il titolo.
[Il quale titolo, a dirla tutta, poco c'entra con l'originale inglese The map of true places, citazione del Moby Dick di Herman Melville. Capisco che "La mappa dei luoghi reali" poteva essere poco comprensibile, ma il titolo scelto mi sembra totalmente aribitrario ed è peraltro totalmente scorrelato dalla trama del libro stesso.]
Avvicinatomi al libro ispirato dal titolo, ho scoperto che era la seconda opera di Brunonia Barry, autrice il cui primo libro, La lettrice bugiarda (pure questo scelto dal titolo), ho letto circa un anno e mezzo fa.
Per chi non l’avesse letto, diciamo che La lettrice bugiarda può lontanamente ricordare titoli come L’ombra del vento: protagonista e personaggi secondari molto ben delineati, trama avvincente con “mistero nel passato che influisce sul futuro” e luoghi dall’atmosfera magica.
Temevo quindi, visto il successo (in patria) de La lettrice bugiarda, che si ripetesse la storia di Zafon: libro fotocopia del precedente per cavalcare l’onda del successo (come mi dicono sia successo con Il gioco dell’angelo, che ancora attende il suo turno nella pila, ormai in preda ad una crescita fuori controllo), e delusione per tutti i lettori.
Con La ragazza che rubava le stelle la Barry riesce a evitare l’effetto Zafon: per quanto la struttura delle due opere sia mooolto simile (protagonista femminile con trauma psicologico nel passato e psico-fisico nel presente, protagonista maschile belloccio, buono e “grande a letto”, famiglia strana e dal passato misterioso), per quanto tornino dei personaggi secondari de La lettrice bugiarda (anche se in piccolissimi ruoli, a volte solo nominati), per quanto il romanzo si svolga in alcuni luoghi già presentati nel primo libro (Salem, la cui atmosfere l’autrice chiaramente ama), ecco, per quanto tutto questo, la storia de La ragazza che rubava le stelle riesce a differenziarsi molto rispetto a quella de La lettrice bugiarda, ed è probabilmente migliore sotto molti aspetti.
La capacità della Barry nel “costruire” il romanzo è decisamente migliorata: se alcune atmosfere dell’opera precedente erano “troppo”, in questo libro è tutto giustamente dosato, come in una pozione magica ben riuscita. Stilisticamente, l’autrice ha deciso -saggiamente!- di abbandonare il narratore in prima persona, passando al più classico punto di vista in terza persona.
Sì, ma la storia?
La storia racconta di Zee, psicologa in uno studio di Boston, la cui paziente bipolare improvvisamente si suicida. Zee, la cui madre bipolare si era uccisa con la stricnina, rimane sconvolta dall’accaduto e fugge a Salem, città in cui è nata e in cui vive Finch, il padre malato in stadio avanzato di Parkinson, con il compagno Melville.
Arrivata a Salem, Zee scopre però che Finch e Melville si sono lasciati, apparentemente per decisione dello stesso Finch, e decide quindi di ristabilrsi nella vecchia casa di famiglia.
Le indagini di Zee per scoprire cos’è veramente successo a Lilly, la paziente suicida, si intrecciano con la sua storia d’amore con Hawk, marinaio del luogo che sembra avere un legame con la stessa Lilly, e con il passato di sua madre, che si riteneva la reincarnazione di una giovane donna dispersa in mare con il marinaio che amava dopo essere fuggita con lui da un marito violento.
Il libro scorre veloce, lo stile della Barry è abbastanza coinvolgente e si nota tutta l’attività di ricerca medica (per non sparare castronerie su Parkinson e malattie mentali varie) e storica (le accurate ricostruzione della storia di Salem e del suo porto, del rapporto tra Hawthorne e Melville, e della leggenda della giovane e del marinaio). La storia in sè non offre esaltanti colpi di scena o momenti di riflessione particolarmente intensi, ma i personaggi principali sono ben descritti e tridimensionali e l’atmosfera magica di Salem sicuramente cattura per il suo fascino.
Una buona lettura sotto l’ombrellone, ma forse, per quanto più “grezzo”, consiglierei di più La lettrice bugiarda, il cui finale mi aveva convinto di più.
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